Il potere della parola
Il linguaggio crea la realtà
C’è una scena iconica nel cinema italiano. In Palombella Rossa, Nanni Moretti, esasperato dai cliché, dalle frasi fatte e dalla vuotezza linguistica di una giornalista, esplode. Le tira uno schiaffo e le urla in faccia quella che, a tutti gli effetti, è un grande concetto filosofico ma anche ‘magico’
“Chi parla male, pensa male e vive male. Le parole sono importanti!!! Cazzo!!”
Le parole sono importanti. Non sono solo aria mossa dalle corde vocali. Non sono tappabuchi per i nostri silenzi. Eppure, le usiamo con una sciatteria disarmante, le gettiamo al vento, le svuotiamo di senso, dimenticando che ogni volta che apriamo bocca stiamo letteralmente disegnando il perimetro della nostra realtà.
Questa visione va estesa oltre la sola fonazione. La ‘parola’ è anche pensiero e segno (scrivere una parola, fissandola su un supporto ne amplifica il potere). Che sia un’affermazione silenziosa nella mente, un testo sacro inciso su pergamena, o un contratto firmato, la sua essenza rimane la stessa: un atto di fondazione della realtà. È il ponte tra l’invisibile e il tangibile, indipendentemente da come viene veicolata.
Siamo abituati a pensare al linguaggio come a un semplice strumento di misurazione. Crediamo che le parole servano a descrivere un mondo già fatto e finito: etichettiamo un’emozione, nominiamo un oggetto. Ma nella storia del pensiero magico, filosofico e antropologico, il linguaggio non è mai stato considerato un mezzo passivo.
Il linguaggio non descrive la realtà; la fonda.
Come scrisse il filosofo Ludwig Wittgenstein in una delle sue massime più celebri:
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.”
Se non possediamo la parola per definire un’emozione, quell’emozione rimane una nebulosa confusa nel nostro petto, inafferrabile e spesso distruttiva. Nel momento in cui le diamo un nome, la isoliamo, la comprendiamo e, in ultima analisi, otteniamo potere su di essa.
“Chi parla male, pensa male e vive male”, urlava Moretti.
Se il nostro vocabolario emotivo è povero, la nostra vita interiore sarà una gabbia strettissima. Non è un caso che in quasi tutte le mitologie antiche conoscere il “vero nome” di uno spirito, di un demone o di una persona significhi averne il dominio assoluto.
C’è un motivo se i testi sacri e i grimori di ogni epoca convergono tutti su un unico punto. Il Vangelo di Giovanni si apre con una dichiarazione di potere assoluto:
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”.
Nella tradizione ebraica, uno dei fondamenti di tutta l’impalcatura dell’esoterismo occidentale, la parola Dabar ha un duplice, inseparabile significato: vuol dire sia “parola” che “cosa” o “fatto”. Nel pensiero antico, non c’è separazione tra il pronunciare e l’agire.
La stessa formula magica per eccellenza, l’inflazionato Abracadabra, deriva dall’aramaico Avra kehdabra, che si traduce letteralmente con: “Io creerò mentre parlo”. L’incantesimo (dal latino in-cantare, cantare dentro) è l’atto deliberato di far vibrare l’aria per riorganizzare la materia.
Non serve essere esoteristi chiusi in un tempio fumoso per sperimentare questa alchimia (giusto per fornire qualche stereotipo) . Nel 1955, il filosofo del linguaggio J.L. Austin introdusse il concetto di “enunciato performativo”. Austin notò che ci sono parole che non descrivono nulla, ma fanno accadere le cose nel momento stesso in cui vengono pronunciate.
Quando un giudice batte il martelletto e dice “la dichiaro colpevole”, quando due persone si dicono “lo voglio” all’altare, o quando tu dici a qualcuno “ti perdono” (o “ti lascio”), quelle parole non stanno commentando la realtà: la stanno alterando irreversibilmente. Hanno un peso fisico, legale, emotivo ed energetico. Creano un “prima” e un “dopo”.
La stregoneria moderna, spogliata dai suoi orpelli folkloristici e dalle superstizioni, è anche (e soprattutto) l’applicazione intenzionale di questo principio: è riprendersi la responsabilità della parola data.
Se accettiamo che le parole creano il mondo, dobbiamo fare i conti con la forma di magia più potente, letale e invisibile che pratichiamo ogni singolo giorno: il nostro dialogo interiore.
Ripetersi costantemente “non sono all’altezza”, “capitano tutte a me”, “è un disastro” non è, se ci pensiamo bene, una disincantata presa d’atto della realtà. È un’evocazione in piena regola. È un mantra, negativo e tossico, che traccia percorsi neurali nel nostro cervello e istruisce il nostro sistema nervoso a cercare conferme di quel fallimento nel mondo esterno. Ci stiamo letteralmente auto-maledicendo con le nostre stesse labbra.
Praticare la magia oggi, in un mondo bombardato dal rumore incessante dell’informazione e della distrazione digitale, richiede un’igiene profonda del linguaggio. Significa smettere di usare le parole a casaccio, come se fossero gusci vuoti o rumore di fondo. Significa recuperare la consapevolezza che la parola è la soglia esatta, il punto di trasduzione, tra il mondo invisibile e fluido delle idee e il mondo denso e cristallizzato della materia. Ogni sillaba che lasciamo cadere in questa realtà non svanisce nel nulla: ha un peso specifico, genera un’onda d’urto energetica e produce una conseguenza tangibile nel tessuto del nostro quotidiano.
Le parole sono importanti perché, come suggerisce la tradizione dell’esoterismo occidentale e della filosofia del linguaggio, esse non si limitano a descrivere la realtà, ma la fondano e la alterano irreversibilmente. Ogni termine che scegliamo traccia un perimetro, definisce un limite e, di fatto, modella la nostra percezione. Se il nostro linguaggio è sciatto o violento, la realtà che abitiamo diventerà inevitabilmente limitata e ostile (questo discorso è ‘terribilmente’ attuale e lo possiamo notare nella pratica di tutti i giorni, dove la violenza verbale pare sia il nuovo modo di esprimersi-)
Concludo questa personale riflessione, che lascio a voi amici di substack, con un ultimo concetto. Credo fortemente che prima di ambire a imparare a lanciare incantesimi per cambiare il mondo esterno o influenzare gli altri, dobbiamo compiere l’atto magico più difficile e necessario: imparare a padroneggiare quelli che, attraverso il dialogo interiore, lanciamo costantemente su noi stessi. Dobbiamo resistere alla tentazione (molte volte meramente, auto-assolutoria) di auto-maledirci o commiserarci con mantra che esprimono fallimenti o limiti presunti, e iniziare a usare il ‘Verbo’ come uno strumento di creazione consapevole e di liberazione.


